L'omicidio della lingua

Siamo qui apposta per questo. L'opinione è ributtante ed è ora che il discorso paghi il suo scotto. Parliamo in troppi senza sapere di che si parla. La libertà di parola ci ha resi idioti. Qui cercheremo di uccidere il discorso. Bando dunque a: coerenza del dialogo, galateo verbale, codici semiotici. Deformiamo il parlato e lo scritto. Deformiamo la deformazione della comunicazione.

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giovedì, 18 giugno 2009

L'ULTIMO AUTORE ITALIANO

"Ma che vuoi" così s'intitola il nuovo libro di Gerardo Rizzo, storico di lungo corso che – frainteso e accantonato in patria – ha preferito migrare verso i lidi più felici e ricettivi della Scandinavia.

In questa sua recentissima opera, Rizzo preferisce abbandonare i consueti percorsi del saggio approfondito e del romanzo raffinato e ponderoso: predilige la brevità della forma paratattica e improvvisa, così come a suo tempo aveva fatto Manganelli in ambito giornalistico con gli "Improvvisi per macchina da scrivere".

Insomma, per esser chiari, "Ma che vuoi" è l'esempio limpido della sensibilità politica di un autore che ha fatto di Guenon ed Evola i suoi maestri di pensiero e di rifiuto della modernità consumista e taylor-fordista.

Con le sue brevi parabole (come, per esempio, "Mara") Rizzo si fa mastro cantore dello smarrimento di un'epoca, della sua intrinseca fragilità, della sua cieca mancanza di buon senso. L'autore sembra sapere benissimo che chi definisce il buon senso qualunquismo ha scarsa indipendenza morale e non esita a dirlo, citando a piene mani dal "Trattato del ribelle" di Ernst Jnger.

Ma cosa ci vuole dire in realtà il Rizzo col suo cinismo elettivo e fintamente menefreghista? Che in realtà, in questa epoca di buonismo ipocrita e approfittatore, solo i cinici sono i veri uomini feriti. Coloro i quali, dopo infinite e dolenti delusioni, indolenziti dalle offese del mondo, decidono d'innalzare un muro di diffidenza che li ripari dal prossimo. Ecco chi è il cinico, nell'opera di Rizzo: un eroe romantico, appassionato, deluso, infinitamente bisognoso di sogni e premure.

Ecco perché, in ultima analisi, ci sentiamo di consigliare la lettura di "Ma che vuoi": perché è l'affresco di un'epoca, una dichiarazione di resa nei confronti della propria malmostosità, una lettera imbottigliata destinata a un qualche consimile isolato su un arcipelago inaspettatamente uguale e infinitamente distante.

postato da: Fumatoscani alle ore 15:36 | link | commenti
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giovedì, 04 giugno 2009

di che cosa dovremmo fare a meno? della dignità?

no, bisogna preferire se stessi a tutto il resto. non c'è viltà nel rifiutare un 22, ma una dose di autostima non comune che porta a elevarsi al di sopra del 22.

mi sono reso conto di aver eun futuro nel cinema, non so bene se come sceneggiatore, attore o regista... ma ce l'ho.

postato da: Fumatoscani alle ore 14:54 | link | commenti (2)
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lunedì, 01 giugno 2009

Non che io disprezzi la fama o chi la insegue. Il punto è che disprezzo abbastanza chi, senza la fama, non è nessuno.
Questa considerazione mi viene spontanea dopo aver letto del suicidio di Stephanie Parker.

Ci sono, però, altri casi più singolari, come quello di Susan Boyle, che non so spiegarmi e che hanno allo stesso tempo del patetico e del poetico.

Una forte tensione nervosa, una forte passione, un morboso desiderio di trasformarsi in cigno da "brutto anatroccolo"... tutto imploso su se stesso perchè alcuni ragazzi hanno vinto al suo posto.

postato da: Fumatoscani alle ore 12:17 | link | commenti
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lunedì, 25 maggio 2009

LA FINE DI UN'EPOPEA

 Il passaggio al digitale terrestre è la conclusione di un'epoca che potremmo definire epica, se non altro per l'alto tasso di carta stampata prodotta: l'epoca dell'Assalto al Biscione, che non si è lasciato vincere e che – piuttosto che affondare da solo – ha atteso che l'intero sistema analogico affondasse con lui, tenero eroe romantico che ha lottato fino all'ultima frequenza sopravvivendo perfino al proprio matrimonio.

È stata l'epoca dei libri sul conflitto d'interessi (e Travaglio ancora ringrazia la manna dell'indignazione), degli articoli pro-Silvio (che ormai perfino Ferrara scrive con meno ardore d'un tempo), dell'accorato oceano d'interventi sulla libertà di stampa (alcuni dei quali illuminanti e tanti altri risibili se non raccapriccianti).

Ora tutto è finito: siamo nello spazio virtualmente inesauribile del digitale. E Lui non è che un sassolino (benché notevole) in un vialetto di ghiaia.

Cosa rimane allora dell'immane sgravo di materiale fornito da forcaioli e ultragarantisti? Forse nulla o forse qualcosa di più succulento di quanto non s'immagini.

Per un osservatore superficiale si tratta di fiato e inchiostri sprecati, ma per uno attento è stata la più sontuosa messe di connotati che si potesse sognare. Tale addirittura da metterlo in grado di delineare i volti dei due protagonisti della nostra democrazia: l'elettore di destra e quello di sinistra. Due ritratti per nulla consolanti.

Questa del conflitto d'interessi è stata l'occasione d'oro per schierarsi nettamente in un paese dove non ci si schiera mai perché “non conviene”: tutti avevamo qualcosa rimasto sulla punta del gargarozzo che non andava giù, ma grazie al conflitto d'interessi abbiamo potuto sputarla fuori ogni volta che serviva. A sinistra è potuta tornare di moda la pupilla fissa dell'ossesso o dell'idiota (basti pensare a quelle di Agnoletto o di Caruso) e a destra s'è tornati con inesausto vigore al salutare sport della collusione (anche incoraggiati da un capo che non esita a far passare il messaggio che lo Stato “mette le mani in tasca ai cittadini”, mandando in frantumi ogni concetto di collettività).

Ora siamo in grado di stilare una sintomatologia chiara e complessa, in cui è ben visibile non l'elettore virtuoso (quello con una coscienza civica e i valori, quello idealizzato nei comizi, quello che paga le tasse e si documenta, amante della giustizia e refrattario alle semplificazioni tagliate con l'accetta), bensì quello vizioso.

Esso è presente sia a sinistra che a destra ed è un esemplare umano meschino e ruffiano, da cui tutti ci dovremmo guardare bene poiché infanga il buon nome degli elettori perbene, così come i rumeni che delinquono rendono difficile la vita ai rumeni perbene.

Dovremmo guardarci bene da quegli elettori di destra che in nome della sopravvivenza accettano che a governarli sia il politicante più vantaggioso, non tenendo minimamente in conto l'opportunità di astenersi per dimostrare il proprio dissenso. Che davanti alle prove della disonestà etica-ideologica-morale della preponderanza dei politici del PDL, una disonestà endemica del partito, si limita a controbattere facendo un elenco simmetrico delle disonestà dei politici del PD. Che non ripensa le proprie posizioni e scredita l'avversario per legittimarle, come a dire “Va bene, Berlusconi fa schifo, ma gli altri di più” e si tiene entrambi. Che ha scelto la miseria di sopravvivere al presente invece della fatica di costruire un futuro, laddove per futuro dobbiamo intendere non una nebulosa modaiola pronta a modificarsi sulla lista della spesa di Beppe Grillo bensì una struttura a cui si possano aggiungere gradualmente dei piani senza il rischio che le fondamenta cedano.

Ugualmente pericoloso è l'elettore vizioso di sinistra, che grazie al test del conflitto d'interessi ha dimostrato tutta la propria intolleranza di parvenu di lungo corso, tutto il proprio desiderio di blasonarsi, di affrancarsi dalla zolla, di ricacciare il neofita nella sua tana. È un elettore frustrato dalla lunga stagione d'insignificanza politica vissuta dai movimenti socialisti e comunisti, stagione in cui si sono limitati a imporre il proprio gusto e i propri canoni al mondo culturale (compensazione al mezzo secolo di strapotere scudocrociato). La sua frustrazione si è sedimentata, fossilizzandosi e trasformandosi nel petrolio che poi ha fatto funzionare la macchina di Tangentopoli: è allora che ha scoperto di potersi insediare insieme ai suoi simili dove prima c'erano i cascami dell'Ancien Régim democristiano, e lì – come succede a tutti – il potere li ha resi più avidi e imbroglioni di com'erano. Avevano appena iniziato a mettere radici, a riscuotere i frutti di una lunga cattività, quando all'orizzonte si è profilata la sagoma modesta di un piazzista lombardo: un traffichino craxiano ancora puteolente di bilanci d'azienda ed effluvi di vallette, che di lì a poco si sarebbe legato agli sconvenienti post-fascisti e ai rozzi padani. Così l'elettore di sinistra si è scoperto classista, razzista, sprezzante e nessuno glielo avrebbe potuto dire con altrettanta sicumera e attendibilità di se stesso: si è visto allo specchio e ha capito di odiare il nuovo venuto con la stessa veemenza e alterigia con cui lui medesimo, ai vecchi tempi, era stato odiato. Berlusconi ha rappresentato il fantasma di una novità che avrebbe contrastato la promessa di uno monopolio di consenso futuribile. Non è casuale che proprio dopo il consolidamento berlusconiano si siano fatte vive le nuove BR, che agiscono secondo le regole della retroguardia trotzkista, rimanendo dormienti per poi rispuntare fuori di quando in quando per dire “guardate che ci siamo ancora”: le nuove BR sono il pus dell'infezione, l'esplosione di violenza di un clima di sotteso livore.

Ora che questo eone mediatico è concluso attendiamo fiduciosi di aprirne uno nuovo (perché, si sa, fatta la legge trovato l'inganno). Gl'italiani, dopo aver guardato bene la pagliuzza del vicino, dopo aver visto con altrettanta evidenza la propria trave, sono pronti per una pietra dello scandalo nuova di pacca che permetta di misurare e misurarsi.

C'è solo da sperare che il risultato del venturo expertise sia meno nefando dell'attuale.

postato da: Fumatoscani alle ore 12:50 | link | commenti
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giovedì, 21 maggio 2009

L'elettore di destra

Se penso all'elettore di destra mi viene in mente un celebre bon mot di Veneziani, pronunciato nel corso di un'intervista con Sabelli Fioretti, «gli elettori di sinistra sono faziosi perché leggono solo libri di sinistra. Quelli di destra sono equilibrati perché non leggono niente, né libri di destra, né libri di sinistra».
L'elettore di destra non legge e questo abbassa il livello di distacco dalle cose. È come se ogni libro letto fosse il gradino di una scala che consente di guardare le cose con la giusta pacatezza, giunti sui gradini alti è possibile guardare i fatti in prospettiva e stabilire come agire per guadagnarsi un futuro più succulento. L'elettore di destra ha una scala troppo corta per poter guardare con la giusta serenità, per cui s'arena sulla proposta “più vantaggiosa al momento”, che di solito non è quella “più vantaggiosa a lungo termine”.
In questo modo ha sviluppato un modo di ragionare che, paradossalmente, lo mette in opposizione alla propria storia e al proprio background. In infinite pagine di analisi sociologica e politologica, l'elemento distintivo dell'elettore di destra è quello della conservazione. Cosa dobbiamo intendere per conservazione? Dobbiamo intendere quell'atteggiamento che tende ad assumere i cambiamenti con moderazione, tentando quanto più possibile d'inscriverli nel quadro più generale di uno stato di cose prefissate. In tal senso, l'aspetto nobile della conservazione è la Tradizione e quello deleterio l'Immobilismo.
Ora, in cosa il modo di ragionare dell'attuale elettore medio di destra va a scontrarsi con la propria essenza? Semplicemente nel voto a Berlusconi, che rappresenta il tornaconto immediato. Ha voltato le spalle alla “continuità ben temperata” per agghindarsi nella boutique del lucro istantaneo.
Si dice sempre che l'Italia sia un paese centripeto, tendenzialmente conservatore e religioso. All'atto pratico questo non è vero, perché siamo gli unici ad avere ancora le propaggini di un comunismo altrove già morto e sepolto, perché siamo in ginocchio davanti alle tendenze del presente al ritmo delle quali ci muoviamo come alghe in balia del mare, perché viviamo più di tutti i popoli il fenomeno della “religione su misura”. I paesi davvero centripeti hanno vissuto il comunismo di straforo (Gran Bretagna o Germania, per esempio), i paesi davvero conservatori sono refrattari alle mode (l'entroterra degli USA o l'Iran, per esempio), i paesi davvero religiosi vivono un'integralismo simile a quello islamico (la Francia coi lefebvriani o la Spagna con gli evangelici).
L'elettorato italiano non è di destra. La sua maggioranza non è di destra, solo una piccola percentuale della maggioranza lo è, il resto ha solo votato il partito più profittevole. La maggioranza della maggioranza è apolitica e opportunista.
Le due minoranze politicizzate non sono rappresentative che di se stesse. Gli italiani sono arraffoni al 51%, stronzi bastardi ideologizzati al 48% e onesti cives all'1%.
postato da: Fumatoscani alle ore 00:20 | link | commenti (2)
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martedì, 06 gennaio 2009

motivazioni di un suicidio

essendo un ideale proseguimento de "La grande bouffe", la mia "Grande partouze" dovrebbe avere in comune alcuni elementi.

se nel film di ferreri i protagonisti decidono di uccidersi in quel modo, un motivo ci sarà. non dico simbolicamente, ma proprio praticamente. uccidersi mangiando cose squisite serve per indorare la pillola.

ha la stessa valenza di suicidarsi fumando: fumo fino a quando non mi viene il cancro (come alcuni provano a fare). ma così è troppo lento. uccidersi mangiando è più immediato e più allettante. quindi diciamo che il suicidio mangiando serve a non perdere coraggio mentre si procede verso la morte.

ora,i miei personaggi decidono di suicidarsi col sesso. e lo decidono perchè sono dei perdenti: non hanno avuto ciò che sarebbe servito loro per trovare un senso nel vivere. a differenza dei personaggi di ferreri, i miei non sono colti da un'improvvisa alienazione nei confronti della vacua inutilità della vita borghese, bensì da un'incolmabile assenza di senso e stimoli. le cose possono sembrare simili ma non lo sono: da una parte ci sono persone che si uccidono perchè si sono stancate di portare sassi dal punto A al punto B, dall'altro ci sono persone che non capiscono che senso abbia.

i personaggi di ferreri si uccidono per il "troppo pieno": sono i tipici borghesi cresciuti nell'anteguerra e arricchitisi nel dopoguerra, passati dalla povertà all'opulenza con un'accelerazione troppo forte e quindi sbalzati nell'eccesso senza sapersene districare (come portare un bambino del Biafra in pasticceria: mangerebbe fino a sentirsi male).

i miei personaggi si uccidono per il "troppo vuoto": sono la generazione seguente, quelli che la guerra non l'hanno vista e che sanno gestire l'opulenza. la loro non è un'abbondanza di roba (non frequentano cene e bouffet, non vanno in giro con macchinoni, non ostentano come la precendente generazione di ex-indigenti), è un'abbondanza potenziale. potrebbero ostentare, ma non trovano il senso di queste "pacchianerie". questi personaggi non si ucciderebbero mai con l'abbondanza dell'abbuffata perchè non sono mai stati affamati in vita loro. però si ucciderebbero col sesso, perchè il sesso è l'unico desiderio che abbia senso: se non desiderano niente perchè non trovano senso in niente, l'unica è uccidersi col solo desiderio che si autogiustifichi, che abbia senso in quanto tale: mentre si compra una grande macchina o di dà una grande cena per ostentare, il sesso è fine a se stesso.

postato da: Fumatoscani alle ore 10:09 | link | commenti (15)
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domenica, 04 gennaio 2009

rieccovelo, reduce dall'indefinito.

dunque, il problema riguarda non l'ultimo libro che ho pubblicato, bensì il prossimo dopo il prossimo. insomma, non quello che uscirà - spero - in estate, ma quello dopo ancora.

non si tratta del seguito di irvas (che va lentamente e faticosamente scrivendosi): parlo del mio progetto de LA GRANDE PARTOUZE, quello che tempo fa vi annunciavo con una foto di ragazza al collare.

il punto è che volevo un libro e invece è venuto fuori un racconto di trenta-quaranta cartelle. le altre 70 dove le rimedio? cosa mi sarò dimenticato di dire di quattro uomini che si suicidano col sesso?

postato da: Fumatoscani alle ore 18:56 | link | commenti (2)
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